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neapolitan_contamination_1Avreste mai immaginato un Surdato ‘nnammurato che canta “Oje vita, oje vita mia” in blues?
O che la fascinosa Brigida cui è dedicata la canzone A’ Tazza ‘e cafè possa non essere di Napoli (dove si beve il migliore caffè del mondo) ma della Giamaica (dove cresce la migliore pianta di caffè del mondo)? O, ancora, che i “guagliune e’ malavita” di Guapparia assomigliano a quelli di Fred Buscaglione?
Avreste mai pensato che il Take Five di Paul Desmond & Dave Brubeck – con il suo modernissimo ritmo di cinque/quarti – avrebbe potuto un giorno vestire le parole della più antica canzone napoletana, Te voglio bene assaje? Tutto questo – e molto altro ancora – accade per effetto della Neapolitan Contamination.

Perché la Contaminazione e Napoli? La Contaminazione implica un contatto fecondo ed è un motore di civiltà, perchè si impara sempre di più da chi è “altro da sé” che dai propri simili. Napoli è un luogo-simbolo dove la Contaminazione ha potuto operare con particolare vivacità, avendo radici antiche nei secoli e matrici molteplici nei luoghi di provenienza. La Città assorbe queste contaminazioni come una spugna, le metabolizza, poi le diffonde, esportando ‘napoletanità’ in tutto il mondo e in qualche modo restituendo, arricchito, a ciascuno il messaggio di civiltà che ciascuno ha contribuito, in parte, a creare.

giovanni imparatoIl progetto Neapolitan Contamination riproduce questa dinamica con la Canzone napoletana, proponendo i suoi brani più celebri in modo nuovo e particolarissimo.
L’ascoltatore viene condotto in un viaggio tra i continenti e gli stili musicali, dall’Europa al Medio Oriente, all’Africa centrale, fino al Nordamerica del gospel, del blues, del jazz e del funky, al Centroamerica del calypso, del reggae, della rumba, e giù giù fino al tango argentino. Il pubblico viene stimolato – dall’esecuzione musicale e dal racconto che la accompagna – ad esplorare ‘dentro’ ciascuna canzone, per trovarvi un ‘seme di contaminazione’, un elemento di globalizzazione, di universalità, capace di trasporre il brano musicale in un contesto antropologico, geografico, culturale, ideale del tutto diverso. La canzone si evolve e si trasforma geneticamente, pur nel sostanziale rispetto del testo (e quindi del messaggio) originario. È un modo per onorare un glorioso passato in chiave evolutiva, guardando al suo futuro.

Dal 2017, il progetto presenta una formazione inedita, dopo la fruttuosa collaborazione e il cd con gli Arthèteca project nel 2013 e dopo ripetuti sold out, dall’Auditorium al Big Mama a Roma, dal 2014 al 2016.
La direzione artistica e la sonorità travolgente del grande percussionista afrocubano-napoletano Giovanni Imparato si associano con una raffinata e del tutto nuova opera di arrangiamento, per dar forma e suono alle contaminazioni ideate da di Luigi Carbone, che è anche regista e voce narrante dello spettacolo.
Oltre ai due fondatori del nuovo progetto (rispettivamente alle percussioni e al pianoforte e all’Hammond), l’esecuzione è affidata a una formazione inedita, con un gruppo di musicisti intensi, che riunisce strumenti etnicamente contaminanti: dalla chitarra “svedese” di Mats Hedberg al basso del Maestro Aldo Perris, ai fiati di Davide Grottelli, al violino di Lavinia Mancusi.

Il tutto prende voce attraverso un bouquet di cantanti che interagiscono dinamicamente sul palco, rendendo l’effetto di sincretismo e di crossover sempre più coinvolgente: assieme alla voce evocativa di Giovanni Imparato, si alternano e si incrociano quelle di Antonio Carluccio, cantautore e cantante-attore dalla voce “classica” e appassionata e di Lavinia Mancusi, straordinaria voce della nuova musica popolare e folk.

Giovanni Imparato -(voce e percussioni) – Luigi  Carbone (trastiere e voce) – Antonio Carluccio (voce e chitarra) – Aldo Perris (basso) – Lavinia Mancusi (voce e violino) – Mats Erik Hedberg (chitarre) – Davide Grotteli (Sax e Flauto)


 




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